Stefano Papini, Dynameet: “Abbiamo fame di persone, non di cibo”

La sua storia, personale e professionale, non potrebbe essere raccontata senza parlare del cibo e della sua terra, il Piemonte. Il cibo non è un cibo qualunque, ma il punto di partenza per quello che i pubblicitari amano chiamare “format”. Stiamo parlando di Stefano Papini, fondatore di Dynameet, un nuovo marchio del settore della ristorazione […]

La sua storia, personale e professionale, non potrebbe essere raccontata senza parlare del cibo e della sua terra, il Piemonte. Il cibo non è un cibo qualunque, ma il punto di partenza per quello che i pubblicitari amano chiamare “format”. Stiamo parlando di Stefano Papini, fondatore di Dynameet, un nuovo marchio del settore della ristorazione lanciato nell’autunno dello scorso anno, che conta attualmente due locali.

 

Stefano Papini: “La socialità vince contro il cibo a domicilio”

“Dynameet deriva dal greco dynamis, forza in potenza. La doppia E richiama il meet inglese, l’incontro di persone. Questa è l’essenza di Dynameet, e anche ciò che lo differenzia da tutte le altre catene ristorative. Il focus si sposta dal prodotto alle persone: il nostro obiettivo è ‘farvi stare bene insieme’, liberare quell’energia sana, positiva e straripante che nel quotidiano siamo spesso costretti a frustrare. Se immagino il nostro mondo fra pochissimo tempo, devo pensare a un contesto in cui ognuno di noi potrà mangiare quello che vuole, quando vuole, dove vuole e al miglior rapporto qualità prezzo possibile. Quello che Amazon ha già realizzato nel settore non food si sta rapidamente concretizzando nel food.”

“Allora, domani cosa ci spingerà a uscire di casa e a decidere di non ordinare tutto ciò che vogliamo direttamente dal nostro appartamento? Per me la risposta sta nella socialità, quella insaziabile fame di rapporto umano che ci spinge a incontrare gli altri, a scambiare momenti reali e fisici con gli altri”. Chiedo a Stefano che cosa rende diverso Dynameet da altri luoghi di ristoro, ma anche non-luoghi, se si pensa all’exploit del cibo a domicilio. “Dynameet si colloca come format di aggregazione, di socialità. Il cibo deve essere il più eccellente possibile, sempre oggetto di ricerca e miglioramento, ma va considerato come condizione necessaria e non sufficiente: la sfida del futuro è tutta spostata sull’intangibile, e addirittura non sul rapporto tra Dynameet e gli ospiti, ma tra gli ospiti stessi. Questa è l’unica caratteristica, a mio avviso, che difficilmente potrà essere veicolata online”.

Il riscontro per ora è positivo: “Abbiamo lavorato con un team di psicologi e stiamo progressivamente affinando gli strumenti per rendere il momento trascorso da noi unico e indimenticabile. Ogni giorno abbiamo chiara conferma che tutti noi abbiamo sempre più ‘fame’ di persone, e non di cibo. Inoltre il modello che abbiamo pensato sta diventando di giorno in giorno più efficace in termini di radicamento sul territorio, di brand reputation, di relazione con i nostri ospiti, ognuno pensato come micro influencer e ambassador. Tantissima umanità, insomma, intrisa di tecnologia e innovazione, che però devono essere così efficaci ed efficienti da diventare totalmente invisibili: l’uomo al centro e il resto a supporto”.

 

Dynameet e la nuova cultura del cibo piemontese

Dynameet vuole proporre quindi una vera e propria nuova cultura del cibo. Ma il fatto che tutto ciò nasca in Piemonte non è un caso; basti pensare che Slow Food è nato lì. Si può dire che cultura d’impresa e cultura del cibo abbiano un collegamento in Piemonte, anche se, continua Papini, “distinguere tra causa ed effetto in questo caso è molto difficile. Non credo affatto che la nascita di Slow Food in Piemonte sia un caso; di certo abbiamo la fortuna di mangiare e bere cibi e bevande che in pochi al mondo hanno la fortuna di avere. Quindi territorio, storia e cultura ci sono. Aggiungo la visione, forte, talvolta folle, sempre densa di energia materica, che purtroppo spesso rimane solo del singolo profeta in patria”.

Cosa dicono i numeri a riguardo? Secondo i dati di Unioncamere del primo trimestre 2019 relativi al Piemonte, quello alimentare e delle bevande risulta essere l’unico settore in crescita relativamente alle esportazioni, con un incremento del 17,8%, in controtendenza rispetto a settori storici della regione come quello automobilistico, che invece ha subito una flessione del 42%. Idem per il manifatturiero: i dati relativi ad aprile e maggio di quest’anno registrano un calo, seppure lieve (0,4%) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E allora avanti tutta con il cibo, verrebbe da pensare. Tuttavia, a differenza di quanto potrebbe risultare da quanto detto finora, Papini non ritiene che la regione abbia una “rete” che faciliti il fare impresa, e sostiene che molti progetti tendano addirittura a svilupparsi altrove: “Rispetto ad altre realtà il Piemonte ha perso la visione di medio-lungo termine: senza visione è difficile polarizzare i soggetti e facilitare il lavoro di rete. Troppo spesso i temi sono approcciati ancora con logiche tipiche del sistema chiuso, in un mondo che viaggia open alla velocità della luce. Non mancano di certo le sinergie eccellenti, ma il sistema, nel suo insieme, non vince come meriterebbe. Non è un caso che moltissimi progetti straordinari nascano in Piemonte e fioriscano altrove”.

Eppure non mancano idee e progetti, come testimonia l’esperienza personale di Papini, passato da un progetto all’altro. Con troppa insofferenza? “La mia è curiosità sfrenata, passione ed energia, tantissima ricerca e studio: un continuo spingermi fuori dalla zona di comfort. Il confine tra intraprendenza e insofferenza è spesso davvero labile. Ho la fortuna di ricevere e cercare quotidianamente nuovi stimoli che, con un’età più matura, cerco di mettere a sistema con ciò che già c’è, piuttosto che ricominciare da capo. Sono nato nella migliore epoca possibile fino a ora; ogni giorno ho accesso a scoperte che i miei antenati avrebbero visto diluite in un secolo. Più che insofferenza parlerei di entusiasmo”.

Una terra, insomma, ricca di intuizioni geniali, ma che probabilmente, secondo Papini, manca di una visione a lungo termine, seppure i dati evidenzino una crescita. Probabilmente bisogna allora provare a guardare oltre la potenza “esplosiva” di Dynameet e provare a vedere, nel tempo, se le novità sono in grado di reggere a un mercato sempre più vario e competitivo, sia dentro che fuori il Piemonte.

 

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