L’errore umano è uno stimolo alla cooperazione

Giuseppe Giordano soffre di mal di terra. Quando cammina sull’asfalto sente che il fondo è troppo fermo, immobile. I palazzi, le strade, i reticoli artificiali. Per lui esiste il di là e il di qua. Lì la Croazia, qui l’Italia. In mezzo il mare Adriatico. Giuseppe Giordano è il comandante dell’Orizzonte, un motopeschereccio della flotta […]

Giuseppe Giordano soffre di mal di terra. Quando cammina sull’asfalto sente che il fondo è troppo fermo, immobile. I palazzi, le strade, i reticoli artificiali. Per lui esiste il di là e il di qua. Lì la Croazia, qui l’Italia. In mezzo il mare Adriatico.

Giuseppe Giordano è il comandante dell’Orizzonte, un motopeschereccio della flotta di Ancona. È l’ultimo anello di una famiglia che da tre generazioni, lasciata Cetara, costiera amalfitana, non ha visto altro che reti, notti insonni, freddo, e un pescato che oggi ha un numero: 80, 90 casse per ogni giornata in mare. Fino a venti anni fa il conto giornaliero non era possibile farlo. Il mare offriva quantità infinite.

Con lui si chiuderà la tradizione di una famiglia di pescatori. I figli, Renato e Sonia, hanno scelto altre strade, altri Paesi.
Sull’Orizzonte lavorano in quattro, sempre gli stessi, da molti anni. Il motivo è nei gesti che segnano una battuta di pesca: salpata delle reti, svuotamento del pescato sulla poppa della barca, nuova calata, pulizia del pesce, confezionamento.
Nel mezzo una serie di movimenti e manovre che fanno di queste fasi, ripetute fino a dieci volte al giorno, una preghiera, un rituale replicabile. Occorre attenzione, esperienza, rapidità. Un passo falso, un piede in fuorigioco, bastano per segnare il confine tra un incidente più o meno grave e uno mortale.

A dare i ritmi a bordo c’è un verricello con corde in metallo e leve, per essere ammaestrato. Serve a salpare e calare le reti. È una macchina sorda e muscolosa, con due bracci, le campane, guidate da Giuseppe e da Agostino. Lavorano in parallelo, loro due dietro, gli altri marinai davanti. Un rettangolo di quattro uomini che indossano tute color ocra, per un totale di otto scarponi da battaglia, i piedi in posizione ore 10.10. È il “benvenuti a bordo” al pescato e serve a evitare che le reti possano strapparsi, bloccarsi, far tornare in mare tonnellate ambite di pesce.

Negli scenari peggiori, cronaca degli incidenti marittimi, si può inciampare nell’intreccio delle corde e finire stritolati dal verricello, caso estremo, oppure, molto più frequente, cadere in mare sbattuti come pesci dalle reti. “La calata – conferma Giuseppe “Pino” Giordano – è il momento più delicato. Una disattenzione può rivelarsi fatale. Con il mare in burrasca, di notte, in inverno, andare in ipotermia è questione di minuti, se la barca non localizza subito il marinaio”.
Del resto l’errore umano, studio del Ministero delle infrastrutture, è causa di un incidente su due. Il report riguarda gli infortuni marittimi avvenuti tra il 1 gennaio 2007 e il 31 dicembre 2014.
L’indagine dice alcune cose. La prima: il numero degli incidenti è in costante diminuzione, con un calo del 14 % negli 8 anni al centro dello studio.

Il secondo aspetto è che il numero degli infortuni è maggiore al Sud. Le direzioni marittime sulla lavagna dei cattivi sono Napoli, Salerno, Livorno e Gaeta. Le regioni più esposte sono la Campania, prima della lista, e a seguire Sicilia, Sardegna e Puglia.
Dunque la natura degli incidenti: affondamento, l’urto contro le barriere (naturali o artificiali), l’incendio a bordo. Quindi la gravità: un incidente su quattro è mortale, il 27,4 % del totale.

La pesca è un sistema piuttosto chiuso, organizzato in modo famigliare oppure etnico: “Se non si viene da una famiglia di pescatori – prosegue Giordano – è difficile per un giovane avvicinarsi a questo lavoro”. C’è poco spazio per i marinai inesperti. Poi la componente etnica: “I tunisini sono una delle comunità più presenti”.
Così i “posti in barca” vengono reclutati per passaparola, o per referenze di altri comandanti delle imbarcazioni. “Oggi stiamo in mare tre giorni su sette – spiega Giuseppe – e i ritmi sono molto frenetici”. Insomma non c’è molto tempo per la formazione e l’apprendistato. Non in acqua.

In un cerchio che si va a chiudere succede che la Tunisia,  per anni esportatrice di marinai, diventi luogo di formazione. È infatti uno dei Paesi di “READY Med Fish” (Requalification of Employment And Diversification for Youth in the Mediterranean), progetto per applicare al Mediterraneo una visione europea del principio dei vasi comunicanti: si arriva, in contenitori diversi, a uno stesso livello.

Nei due anni di durata del programma sono 120 gli operatori della pesca formati in quattro Stati: Italia, Egitto, Tunisia e Libano. E’ uno stimolo alla cooperazione in anni difficili per i rapporti tra il “noi” e il “loro”. L’obiettivo di più alto respiro è ripensare la pesca, evitando di disperdere un patrimonio secolare. Le parole chiave sono la multifunzionalità, ovvero le diverse possibilità del pescare (ittiturismo, pescaturismo, vendita diretta) e l’omogeneità nelle leggi, senza l’utilizzo di rabdomanti alla ricerca di norme chiare.

Il progetto è destinato ai giovani, oggi “categoria di ritorno in mare” nelle parole di Giordano: “C’è una nuova vitalità visto che, dimezzatosi il prezzo del gasolio, siamo tornati a fare reddito”. La differenza è sostanziale: 600 euro in più al giorno, circa 8 mila euro risparmiati ogni mese.
In un settore a forte casualità (carburante, condizioni meteo, prezzi di asta del pescato) “risulta evidente – scrive Renato Giordano nella tesi di laurea in Economia a Univpm – come il fattore umano sia determinante per la sopravvivenza e il buon andamento dell’impresa”. Mare, uomo: oggi come allora.

 

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