Capitale intangibile: quello che i bilanci non dicono

Settembre 2014: Ultrasonic, un’azienda cinese di calzature quotata alla borsa di Francoforte, stupisce gli azionisti annunciando che l’amministratore delegato è sparito, forse con la cassa. Incredibile ma vero, Mr Wu Qingyong (questo il nome del desaparecido) riappare una settimana dopo giustificandosi come niente fosse: “Sono stato in vacanza con mio nipote e ho perso il […]

Settembre 2014: Ultrasonic, un’azienda cinese di calzature quotata alla borsa di Francoforte, stupisce gli azionisti annunciando che l’amministratore delegato è sparito, forse con la cassa. Incredibile ma vero, Mr Wu Qingyong (questo il nome del desaparecido) riappare una settimana dopo giustificandosi come niente fosse: “Sono stato in vacanza con mio nipote e ho perso il cellulare. La cassa c’è, non manca nulla e se dovesse mancare qualcosa lo metto io”.

Non solo Mr. Qingyong era partito senza avvisare i colleghi o sentire il bisogno di farsi vivo ma nessuno dei suoi collaboratori era stato in grado o sapeva come contattare i familiari del capo. Febbraio 2015: un’altra azienda cinese, Naibu (abbigliamento sportivo) quotata all’AIM (il listino azionario londinese per le PMI) è costretta ad ammettere di aver perso ogni contatto con il presidente ed il direttore esecutivo: non si trovano né si sa cosa stiano facendo. Inutile precisare che i due episodi causarono un enorme danno in termini di perdita di valore dei rispettivi titoli.

Un comune osservatore liquiderebbe la faccenda come la riprova che i cinesi sono inaffidabili; un puntiglioso economista potrebbe invece alzare il ditino facendo notare che tra gli asset intangibili di queste due aziende mancava l’affidabilità e il concetto di reperibilità dei vertici. Due requisiti che noi occidentali diamo per scontati (specie in società quotate chiamate a rispondere agli azionisti come divinità) ma che ad altre latitudini evidentemente non lo sono. Morale: nelle imprese – grandi o piccole che siano – nella loro vita quotidiana, ci sono asset, valori fondamentali per il funzionamento (o il successo) che non si trovano tra le voci di bilancio, dei quali si scopre l’esistenza solo quando vengono a mancare e che a volte gli stessi manager non sanno o immaginano di avere.

Alcuni esempi. Quanto vale il capitale di simpatia, empatia e fedeltà accumulato da agenti e venditori nei confronti dei clienti di un’azienda? È possibile che i dipendenti di uno stabilimento abbiano sviluppato una speciale rete di relazioni col territorio che rende socialmente accettata la sua produzione (magari inquinante) che altrove sarebbe invece osteggiata? Si può quantificare il valore reputazionale di una compagnia aerea che non ha mai avuto incidenti e che da anni primeggia nelle classifiche di qualità del servizio di bordo? Infine: il capo del personale è cosciente che licenziare un indisciplinato ma brillante addetto alle relazioni istituzionali vuol dire privarsi della sua agenda, delle entrature faticosamente costruite nel tempo e che per sostituire quel dipendente ci si dovrà rivolgere ad una società esterna con costi tripli e risultati incerti?

 

Se non avete mai pensato a tutto questo, benvenuti nel mondo degli asset immateriali: ossia tutto ciò che fa funzionare e guadagnare un’azienda ma che non traspare leggendo il suo bilancio.
Se è infatti immediato dare valore a capannoni, macchinari o furgoni, financo all’etere (pensate ad una TV o una radio che hanno bisogno di concessioni per le frequenze) attribuire ai casi elencati nel paragrafo sopra un valore finanziario è davvero difficile, impossibile e/o opinabile (le ultime due cose spesso coincidono).
Quest’ultimo sforzo gli gnomi della finanza però lo fanno in sede di spinoff o di quotazione in borsa dove spesso il valore dell’azienda prospettato arriva anche ad essere sei o sette volte quello di bilancio: e questo poiché bisogna allettare, far venire l’acquolina in bocca agli investitori. Ma nella realtà spicciola, quotidiana, le cose sono differenti.

Ci sono piccole aziende innovative del Made in Italy con dipendenti brillanti, creativi e progetti ad altissimo potenziale che purtroppo, non operando in settori high tech, stile Silicon Valley, sono obbligate a rivolgersi alle banche che le analizzano con gli stessi parametri di credito di un salumificio. E questo perché il capitale intangibile non è ancora quantificabile con criteri contabili condivisi.

Sia chiaro: quando si tratta di dare un valore alle voci di bilancio è meglio andarci con i piedi di piombo tanto in America (come insegna il caso Enron) quanto in Italia (Parmalat docet) ma qualcosa si sta muovendo a livello internazionale e anche italiano (vedi il rapporto COTEC del 2015), sia a livello di ipotesi di regolamentazione che di pratiche concrete fino ad arrivare a sfatare, un giorno, il cosiddetto effetto San Tommaso (quello del: “finché non tocco, non credo”) e liberare una volta per tutte il tesoretto nascosto nelle aziende italiane.

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