Il 2026 è anche il ricordo dei sessant’anni dal Friuli, una sequenza di scosse fortissime di cui la madre – il 6 maggio, alle 21 – arrivò al 6,5 di magnitudo momento, parametro evolutivo rispetto alla scala Richter. L’ultima, 6.0, fu a settembre dello stesso anno, ma i terremoti del Friuli, su più aree, furono considerati conclusi solo nel 1977, sedici mesi dopo, a seguito di un’ultima scossa pari a 5.3: nei primi quattro mesi infiniti del ‘76, furono 1.200 le scosse che trasformarono per sempre gli studi geologici e la sorveglianza sismica in Italia, collocandola su scala mondiale tra i Paesi con la maggior consapevolezza dei rischi.
989 morti, oltre 1.300 feriti, 17.000 edifici distrutti, 4.500 miliardi in lire di danni fu il loro bilancio. Anche in Friuli, come a Camerino e come in Irpinia quattro anni dopo, è impossibile calcolare i danni psicologici.
Perché il Friuli ha segnato così a fondo la storia dei nostri terremoti? Perché mise le basi dell’INGV che conosciamo oggi – nacque negli anni Ottanta, quindi poco dopo, grazie al commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, che diventerà poi il primo ministro della Protezione civile nella nostra storia – dato che a quel tempo le strumentazioni non erano sofisticate come adesso, e a dare un contributo fu l’Osservatorio geofisico sperimentale di Trieste; gli studi si facevano solo su base locale, senza una mappatura omogenea e dialogante da Nord a Sud. Con lui si capì che l’emergenza doveva camminare al fianco di soccorso e prevenzione, aggiungendo la sorveglianza come novità assoluta.
Eppure quel terremoto viene tutt’ora ricordato come modello virtuoso nelle operazioni di ricostruzione: da un lato la natura di Regione a statuto speciale che permise di snellire in modo sostanziale procedure e burocrazie, favorendo il fattore tempo; dall’altro l’aver affidato direttamente a sindaci e Comuni l’intera gestione per fare in modo che rispondessero senza intermediazioni alle esigenze dei cittadini. Analisi storiche e testimonianze confermano.
Il loro principio fu il com’era e dov’era, rimettendo a posto i centri storici pietra su pietra, ripristinando con fedeltà il passato proprio perché i residenti chiesero quello ai rispettivi sindaci. Attraverso la tecnica dell’anastilosi (numerando tutte le pietre e rimettendole allo stesso posto, un po’ come succede nei traslochi), il Comune di Venzone divenne il primo caso di studio centrato sull’importanza dell’identità nelle ricostruzioni post sisma.
Si ricorda però il Friuli anche per la gerarchia della seconda fase: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Il potere del lavoro che si antepone al sacro. Tradotto: se non riparte l’economia, se non si rimettono le basi per lavorare e mangiare, inutile pregare.
Il tempo delle ricostruzioni post sisma fa venire le vertigini; prima arrivano le scosse, poi altri tipi di tremori, emotivi, soggettivi. Parlare a Camerino con Carlo Morosi lascia immaginare un’inversione delle variabili: nelle Marche prima le chiese, poi le case, nel frattempo le fabbriche. Lui mi restituisce un concetto di cui tanta, troppa, formazione manageriale si riempie la bocca sul piano teorico: la parola “complessità”. Si rammarica anche che le facoltà di ingegneria e architettura non portino qui gli studenti a fare sopralluoghi, ad ascoltare chi ogni giorno si misura con quello che immaginano sarà un giorno il loro lavoro, imparando dal vivo. Lo hanno proposto più volte anche alla Regione, nessuno ha colto l’invito.