Lo SMI non si limita al no, e il dottore tiene a dirlo. Solo che ogni proposta, lamenta, va a sbattere contro lo stesso muro: «Si discute di riforme della medicina generale a iso-risorse fin dal decreto Balduzzi del 2010, quando non si prova a recuperare denaro tagliando gli stipendi in maniera vigliacca».
Le idee, però, esistono e sono concrete: sburocratizzare il mestiere, investire sul personale di studio per liberare i medici dalle ore di scartoffie, equiparare davvero la specializzazione per attirare i giovani, potenziare la diagnostica strumentale di primo livello e la telemedicina – proprio quei capitoli che il PNRR finanzierebbe. «La Puglia, su questo, qualcosa l’ha mostrato: gli AIR hanno permesso di aprire ambulatori in forma aggregata, gli ART, capaci di coprire fasce orarie più ampie mettendo insieme più professionisti».
Il punto non è solo il taglio: è la riorganizzazione, e soprattutto il riconoscimento. «Vorremmo essere protagonisti delle riforme, non subirle», ci viene detto. Una richiesta che si scontra con la frammentazione del fronte sindacale – lo SMI è una sigla di minoranza; la FIMMG, il sindacato di maggioranza dei medici generalisti, ha fatto la sua battaglia sul Ruolo Unico – e che oggi trova un alleato inatteso nelle Regioni stesse, in parte perplesse davanti a un decreto che scarica su di loro il problema.
Resta la domanda che attraversa tutto, e che vale per ogni cittadino che un giorno si presenterà alla porta di una di queste strutture: che cosa succederà davvero, dentro le Case della Comunità? «Non lo sa nessuno con esattezza» ammette il segretario, e in quella reticenza c’è il rischio più grosso. Perché quando una struttura pubblica resta in piedi senza personale, la storia italiana conosce un solo epilogo: arriva il privato a farla funzionare, e a quel punto tanto vale vendergliela, di solito a un prezzo imbarazzante. Le scatole vuote del PNRR, costruite con i soldi di tutti, potrebbero diventare l’ennesimo regalo dilazionato negli anni a uno dei mercati più rapaci e divisivi del Paese.
Ad Altizio, che ha un contratto a tempo indeterminato con la sua ASL e si sente chiedere di stracciarlo per firmarne uno di cui ignora i contenuti, il paragone viene da sé, e suona come una conclusione amara: «Penso che nessun lavoratore potrebbe accettarlo. I metalmeccanici della CGIL avrebbero scioperato per venti giorni». I medici di famiglia, invece, possono solo manifestare. Il 28 maggio, dalle dieci all’una, con un sostituto pagato di tasca propria a tenere aperto lo studio alle loro spalle.
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In copertina: un’immagine della protesta del Sindacato Medici Italiani di fronte al ministero della Salute, il 28 maggio 2026.