Anche per i britannici l’estate 2026 è stata la più calda di sempre. Ma prima che i giornali venissero (giustamente) invasi da interviste con climatologi, foto di parchi urbani che assomigliavano a deserti e titoli che imploravano i cittadini di non sprecare acqua, un’altra emergenza, non meno allarmante, aveva aperto la stagione: la dilagante disoccupazione giovanile. Per essere più precisi, si è ricominciato a parlare di NEET, giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione.
L’acronimo, che sta per Not in Employment, Education or Training, è stato coniato proprio nel Regno Unito alla fine degli anni Novanta, dopo che tra i corridoi di Whitehall per anni si era parlato di Status Zero, per definire adolescenti fuori dai percorsi di studio o lavoro. La crisi si consumava soprattutto tra le classi operaie e tra quei giovani che, dopo essere nati in quartieri operai e aver passato l’infanzia a prepararsi per fare la vita dei loro padri, una volta raggiunta l’età lavorativa hanno visto le fabbriche, le industrie e le miniere chiudere, lasciandoli senza nessuna prospettiva di futuro.
Status Zero, con tutto il classismo tipico di quell’epoca, si riferiva esattamente a quello: alla mancanza di prospettive, e quindi di valore all’interno della società. Quei giovani valevano zero. Per trovare un termine più preciso e meno offensivo, un funzionario del ministero dell’Interno ha coniato la sigla NEET, poi adottata a livello globale.
Lo scorso 28 maggio Alan Milburn, ex ministro del governo Blair, che oggi presiede la Social Mobility Foundation, ha pubblicato il rapporto intermedio della sua revisione indipendente sul tema. I numeri del rapporto lasciano poco spazio all’ottimismo. I NEET nel Regno Unito sono circa un milione e costano al Paese circa 125 miliardi di sterline l’anno, più di quanto sia l’intera spesa pubblica per l’istruzione, per dare un’idea. Di questo passo, il numero potrebbe superare il 16% dei giovani entro cinque anni. Più di un giovane su sette. Circa tre studenti per classe di scuola superiore, in media.
Il problema non è nuovo: secondo la British Chambers of Commerce, il tasso di NEET britannico è alto da decenni, ma ora sta diventando strutturale.
Milburn lo scorso agosto ha raccontato al Guardian che i segnali d’allarme compaiono prestissimo, già in età prescolare, e che le scuole primarie dovrebbero individuare i bambini a rischio di diventare NEET. Con queste dichiarazioni, Milburn fa due cose: innanzitutto sposta l’onere del problema sulle scuole e sulle famiglie. In secondo luogo, ammette che alcuni individui sono predestinati a fallire, e che la mobilità sociale è un miraggio sempre più distante.