C’è una dimensione di questa crisi che sfugge spesso al dibattito pubblico, ma che la politica conosce benissimo. Una recente ricerca pubblicata su American Politics Research – condotta da Rangan Gupta, Christian Pierdzioch e Aviral Kumar Tiwari su cinquant’anni di dati – ha usato algoritmi di machine learning per testare la relazione tra prezzi della benzina e popolarità dei governi. Il risultato è che i prezzi della benzina operano come uno dei predittori più forti degli indici di approvazione presidenziale, agendo in modo asimmetrico: i picchi iniziali di prezzo causano il danno politico maggiore.
Gli autori individuano due meccanismi in competizione. Il primo è quello del portafoglio: i votanti reagiscono alle perdite finanziarie immediate che sperimentano di persona quando il carburante diventa caro. Sotto questa teoria, giudicano il governo in base al proprio conto corrente che si svuota. Il secondo è il meccanismo sociotropico: i cittadini userebbero i prezzi alla pompa – visibili ogni giorno su grandi cartelli durante il tragitto casa-lavoro – come indicatore della salute generale dell’economia nazionale. La ricerca conclude che prevale in modo nettoil primo meccanismo: è il dolore diretto, personale, fisico del rifornimento a muovere l’umore politico – non la lettura macroeconomica.
Il modello ha dimostrato che i prezzi alla pompa mantengono un valore predittivo autonomo anche quando si controllano tutti gli altri indicatori economici: occupazione, produzione manifatturiera, volatilità dei mercati finanziari. In altri termini, non è solo che il caro benzina fa parte di un clima economico negativo: il caro benzina da solo sposta il consenso, in modo indipendente da tutto il resto.
Per Giorgia Meloni, come per ogni governo europeo oggi sotto pressione, i prossimi mesi saranno un test impietoso di questa regola non scritta. Il taglio delle accise non è solo una misura economica: è una mossa di sopravvivenza politica. Con tutti i limiti che questo comporta quando si tratta di affrontare una crisi strutturale con strumenti pensati per l’emergenza.
Per chi lavora nel turismo, nella logistica, nei trasporti, nell’agroalimentare – e in fondo per tutti noi che ogni mattina accendiamo un motore o prenotiamo un volo – la domanda non è se questa crisi avrà effetti sul lavoro. Li ha già. La domanda è se chi governa avrà il coraggio di dirlo con chiarezza, e di scegliere risposte che durino più di un mese.
E in tutto questo dibattito, la ministra del Lavoro risulta assente non giustificata.
L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.
Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro.
Sottoscrivi SenzaFiltro