Editoriale 05. Punti di riferimento

Il responsabile della divisione interna di Walmart da un po’ di tempo distribuisce biglietti da visita con sopra scritto semplicemente Dave. In realtà si chiama David Cheesewright e la scelta di voler sembrare più amico, usando il diminutivo, risponde alla logica di imprimere familiarità a un brand utilizzando i suoi collaboratori. Tutt’altro genere, invece, la […]

Il responsabile della divisione interna di Walmart da un po’ di tempo distribuisce biglietti da visita con sopra scritto semplicemente Dave. In realtà si chiama David Cheesewright e la scelta di voler sembrare più amico, usando il diminutivo, risponde alla logica di imprimere familiarità a un brand utilizzando i suoi collaboratori. Tutt’altro genere, invece, la scelta fatta inizialmente da Marc Zuckerberg che fino al 2009 portava sempre con se’ due tipi di biglietti: uno, celebre e informale, con su scritto “I’m CEO, bitch”, da scambiare con amici e conoscenti e volutamente ispirato allo stile incisivo di Steve Jobs; l’altro con la sola scritta “CEO”, asciutto, da usare solo negli affari.

Conosco un imprenditore veneto che qualche anno fa, presentandosi, mi diede un suo biglietto da visita in formato francobollo, con tutti i dati necessari ma quasi illeggibili. Su un lato, questa scritta: “Le dimensioni ridotte di questo biglietto dipendono anche dai tuoi acquisti”.

In Asia i biglietti da visita sono quasi un’ossessione, al punto che nelle scuole materne capita a volte di vedere bambini con cards contenenti non solo i loro dati personali ma anche le informazioni sul lavoro dei genitori e, talvolta, persino dei nonni.
Il senso è chiaro: abbiamo bisogno di oggetti che certifichino chi siamo e cosa facciamo ma ne abbiamo bisogno perché non abbiamo ancora capito che potremmo farne a meno. Ci servono ganci, specchi, modelli a cui somigliare purché siano già pronti e replicabili perché inventarne di nuovi costerebbe fatica. Ogni volta che se ne va un imprenditore anziano ma moderno, nel ricordarne il profilo già ci manca il suo stile, come se il modello fosse incapace di vivere senza il suo portavoce.

Nel lavoro sembrava impossibile dovessero finire certi status: il posto fisso, la carriera, le carte di credito, l’ufficio. Sembrava che senza quei paradigmi non potessimo descrivere chi eravamo.

In questo quinto numero di Senza Filtro abbiamo riletto i modelli che puntellavano interi sistemi di certezze e ci siamo accorti che, in fondo, non stiamo poi così male a rimodulare i paradigmi. Dai sindacati alle dimissioni, dall’ignoranza creativa all’onda del caos. Ricordando l’assassinio di Marco Biagi abbiamo cercato di ricostruire il momento nel quale il lavoro è stato mistificato da valore a merce. Dalla Russia troverete le impressioni sul Made in Italy di cui tanto ci vantiamo ma che per gli stranieri è spesso un’occasione persa. E se si parla di modelli commerciali, impossibile non raccontare la Cina dagli anni Ottanta ad oggi.

Nuovi punti di riferimento, quindi. Spero sia finito il tempo delle mappe, andiamo oltre: le mappe sono rappresentazioni semplificate dello spazio e servono per andare da qui a lì. Non ci sono più dubbi, invece, che è il momento di andare da fuori a dentro e viceversa, perché i punti di riferimento da ricostruire hanno bisogno di un perché più che di un percorso. Le riforme del lavoro lo confermano.

Prendete anche voi il pallone Wilson ma mettetelo al centro e calciate, perché se lo usate come bussola o come oggetto di conforto rischierete di naufragare a vita: del resto è un pallone e come tale vuole essere trattato.
Si ricostruiscono modelli ricominciando a dare il giusto nome alle cose.

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